CULTO PRIVATO 

Innanzi tutto è necessario fare uno spartiacque tra quello che è il culto privato e quello pubblico.

Nonostante il culto pubblico dev’essere nato in epoca arcaica dal privato noi oggi non possediamo nulla di questo, fatta eccezione per le festività del calendario e pochi accenni troppo vaghi per ricostruire anche una sola delle pratiche templari.
Quello che ci rimane invece riguarda il culto privato.

Storicamente il culto pubblico nasce dal privato, in quanto in epoca antecedente la formazione delle istituzioni romane (quindi siamo prima delle riforme di Numa Pompilio 754-663) la struttura gentilizia prevedeva che ogni Gens custodisse il culto delle divinità “maggiori” e lo trasmettesse di padre in figlio. Queste medesime pratiche sono poi andate ad inserirsi nello stato.

Con l’istituzionalizzazione dei culti questo lavoro inizia ad eseguirlo lo Stato, il quale da alle diverse famiglie il compito di portare avanti il culto ad una divinità affidandogli tutte le pratiche relative.
La gestione di questi culti però non aveva nulla di misterico in quanto veniva tolto o affidato ad una gens piuttosto che ad un’altra come fosse un qualsiasi affare di stato.
Diversamente le pratiche interne ai templi erano una sorta di segreto di stato, ovvero i sacerdoti iniziati ad un culto mantenevano la pratica interna al tempio, onde evitare che chiunque potesse utilizzarle senza adeguata preparazione o contro lo stesso stato romano.
Ovviamente con questo sistema (segreto per i Templi e “limitato” nelle Gens) si è finito per perderne i contenuti, ed oggi non ci è rimasto nulla.

Inoltre anche se fosse rimasto qualcosa chi ci da il diritto di fare uso di riti interni ai templi o di pratiche che lo Stato forniva ad una Gens?
Chi di noi può vantare con certezza matematica, ovvero chi possiede la genealogia sicura al 100% senza alcuna interruzione fino all’epoca romana potendo dimostrare di avere diritto di proseguire la rituaria gentilizia? 
Nessuno.
Quindi è facile concludere in questi termini che siamo tutti una massa di plebei, per quanto possa piacere o no, la realtà è tale.
Non metto bocca sui ricordi di altre vite, ma anche fosse vero che una delle 6 incarnazioni di Augusto che ho conosciuto sia quella vera non avere la medesima linea di sangue per la Legge Romana non concede il diritto di appropriarsi della sua rituaria. E chi di questi fantomatici eredi di sangue ha il diritto di adottarci?
Quindi solo gli Dei possono concedere ad oggi tali pratiche, ma in modo concreto e reale, in quanto manifestazioni in sogno possono essere solo nostre speculazioni o desideri. 
Pertanto -a riguardo- è nostra ipotesi che la formula <ti preghiamo di mandarci chiari segni> (in uso nelle tratte degli auspici) sia quanto di più adatto. Se gli Dei reputano degno qualcuno di noi per fornirgli le pratiche gentilizie o templari, parafrasando Cicerone, lo facessero mentre siamo svegli che non nel torpore notturno. Purtroppo tale è la follia umana e di questi secoli che già fatichiamo a vedere il mondo materiale per quello che è,  analizzare i sogni è qualcosa di ancora più difficile soprattutto perché molto facilmente influenzabile da noi stessi.

Quindi le millantate divinità gentilizie scelte (come avviene in diversi gruppi) non hanno fondamento storico, in quanto era lo stato a fornirle insieme a tutte le relative pratiche, e non erano scelte personalmente perché eran oa tutti gli effetti di proprietà dello Stato.
E che addirittura lo studioso Attilio De Marchi arriva a leggere il culto gentilizio più che un peso che un vantaggio (e per le motivazioni da lui portare anche a buon diritto).


Il culto privato è decisamente più fortunato.
Innanzi tutto il culto privato si compone per di più della venerazione delle divinità familiari: Lari, Penati, Genio/Iuna personale(dove solo in epoca imperiale nascerà l’uso da parte di tutta la famiglia di venerale il genio del Pater Familias).
Questo non significa che le altre divinità sono ignorate, ma che la maggior parte della rituaria non gli è dedicata nel privato. 

Le pratiche interne alla famiglia erano invece estremamente libere e con una forma per nulla rigida, citando Attilio De Marchi ne “Il Culto Privato in Roma Antica” pp.28
<Se era necessario un Senatoconsulto ed una legge per introdurre nuove divinità e nuovi riti nel culto di Stato, la famiglia era più facilmente aperta a questa “multiplex religio” (64) che precorreva le pubbliche innovazioni religiose, i cittadini che tornavano alle loro case da paesi lontani vi portavano nuove superstizioni: “peregrina atque insolita piacula” (65); gli schiavi raccolti d’ogni paese strani riti, culti nuovi(66)>

64) Livio 4.30
65) Livio l.c.
66) Tac. Ann. 14.44

E ancora
<Ma se nella religione romana fu possibile la distinzione tra culto pubblico e privato, e questo manteneva di fronte a quello una certa indipendenza e una maggiore libertà d’iniziativa e quasi d’antagonismo (27), non si vuol con ciò dire che lo Stato Romano avente l’esercizio del pubblico culto si tenesse del tutto estraneo al modo che l’individuo o la famiglia od una comunità religiosa adorava gli dei. […] Interveniva quindi nel culto privato de’ i cittadini quando poteva invocare il principio: “salus publica suprema lex esto”, come quando sciolse l’associazione segreta de’ baccanalia[…]. O interveniva anche per motivi d’ordine più dottrinario o rituale. Nel 325 di Roma, in occasione di siccità e pestilenza, gli animi commossi e trepidanti ricorrevano, come suole, a nuovi riti e a cerimonie superstiziose per placar l’ita degli Dei, onde si vedevano “in omnibus vici sacellisque peregrina atque insolita piacula”. Fu allora dato ordine agli edili “ne qui nisi Romani dii, neu quo alio more quam patrio colerentur” (29) […]
Ma pur tuttavia non ebbe mai in Roma applicazione continua e rigorosa, per quel che riguarda la religione domestica […] troppo frequenti erano i contatti con riti e divinità straniee, troppo aperti i confini della religion nazionale e troppo mal definita la teologia ortodossa perché nei larari domestici non entrassero degli usurpatori. Né lo Stato aveva solamente il potere di proibire, ma quello di “imperare”, “indicare” al cittadino, ferie, pubbliche preghiere, digiuni, od altri atti di pietà (31)[…] Di regola però alle pubbliche cerimonie sacre celebrate dall oStato non era necessari oche il cittadino pigliasse una parte attiva, benché il concorso e la pietà dei fedeli eccitata o spontanea potessero dar loro maggior calore e solennità (35)[…] Era però imposta l’osservanza del riposo festivo (“Quieti Dies” Cic. de leg. 2.22) , regolato da prescrizioni pontificali minuziose che costituivano un vero vincolo religioso anche per la vita interna della casa> tanto che solo in casi eccezionali (o di involontarietà) era concesso saltare il riposo, con un rito di espiazione sacrificando un porco, ma se fatto volontariamente non c’era espiazione e si rimandava tutto alla propria coscienza sporca davanti agli Dei (Cic. de leg.2.15; 14.40; 2.9.22/ Gell. 2.28/ Macrob. 1.16.10/ Colum. De R.R 2.22)

Inoltre Macrobio suggerisce la presenza di feste legate alle Gens, alle singole famiglie o addirittura alle singole persone (Macr. 1.16.7-8)


Quindi possiamo serenamente affermare che, fatta eccezione per alcune indicazioni (e queste parte ci sono rimaste), in linea di massima si può fare ciò che si vuole. Certo sempre con buon senso, e <con cuore puro>.

Quando si offre agli Dei?
Sempre considerando quanto detto precedentemente noi considereremmo saggio ritualizzare al mattino, possibilmente appena svegliati (abbiamo anche letto in qualche fonte questo suggerimento ma non avendolo trovato lasciamo il beneficio del dubbio), oltre al fatto che è anche logico presumerlo dato che immedesimandosi nel plebeo che si sveglia prima dell’alba per andare al foro o nel proprio campo, certo non potrà interrompere la propria attività nel suo mezzo per tornare a casa a ritualizzare, ma lo farà prima di uscire.


Non è chiaro se praticare a Calende, None e Idi sia parte del culto pubblico o privato o di entrambi.

Macrobio (confermato da Ovidio) sostiene il legame Kal-Giunone (e “Ianum Iunonium” Saturn. 1.9.15-16) e Idi-Giove, così come le Nonae non sono sacre a nessuna divinità ed i giorni successivi ad essi sono tutti nefasti (giorni in cui è vietata l’attività pubblica).
Particolari utili alla comprensione del concetto di giorno fasto e feriale li suggerisce Macrobio:
<nei giorni fasti si fanno sacrifici, banchetti, giochi e feste pubbliche, in quelli feriali si svolge attività giudiziaria e politica, si fissano i rinvii e le scadenze, si da battaglia; quelli interrotti (“intercisi”) comportano una divisione interna[…]
Secondo i sacerdoti la festa è profanata se si compiva un lavoro dopo che era stata indetta e proclamata. Inoltre il re dei sacrifici ed ai flamini non era permesso vedere veder fare un lavoro nei giorni di festa: annunciavano quindi per mezzo di un banditore il divieto di lavorare, e il trasgressore era punito con una multa. Si asseriva che chi in questi giorni aveva lavorato, oltre la multa, doveva offrire un porco in espiazione, se l’aveva fatto senza pensarci; se invece aveva agito di deliberato proposito non era ammessa nessuna espiazione, secondo il parere di Scevola, però Umbrone sostiene che non c’era profanazione in chi avesse lavorato per gli déi o per il culto o avesse agito in vista di un urgente interesse vitale[…] cosa fosse lecito fare in un giorno di festa: ciò che sarebbe nocivo se fosse tralasciato. Perciò se un bue cade in una buca e il padrone lo libera con l’impiego di mano d’opera, non si ravvisa profanazione; e neppure chi, puntellando una trave rotta nel tetto, evita la minaccia di crollo […] era lecito immergere nell’acqua le pecore in ogni percora se lo faceva a scopo di cura: 
e dei belati il gregge immerge nella corrente salutare
con l’aggiunta di “salutare” vuol dimostrare che ciò era permesso solo per scacciare la malattia, e non per lavare la lana a scopo di lucro. Questo in merito ai giorni FESTIVI e a quelli che ne derivano detti anche NEFASTI>
Macr. Saturn. 1.16.10-11-12-13

Sul modo in cui accostarsi sono ovviamente necessarie:
accostarsi in modo puro/virtuoso/integro/onesto/leale/disinteressato/pio/puro (per citare Cicerone “castus”) 

Si faccia uso della Pietà, tenere lontano lo sfarzo, se qualcuno agisse in modo diverso il Dio stesso lo punirà

(Cic. De leg. 2.8-9)

Inoltre è necessario il c.d. “velato capite”, cioè il capo velato. Sul quale in realtà trovo necessaria una riflessione: per quanto si evince dalle scene dove i vari personaggi sono rappresentati con il capo velato nella realtà tutti usano un lembo della toga, ovvero di un abito di uso quotidiano. Sarà forse adatto anche a noi un oggetto di uso quotidiano? 
Del resto dovendo aver valore il concetto, più che la rievocazione, il dato importante è che il capo sia coperto da un qualcosa che sia parte integrante dell’abito (i romani avevano i cappelli ma non sembra li usassero per i riti, indice che non andavano bene), quindi un adattamento apparentemente ridicolo ma che sembrerebbe sensato è quello di utilizzare un abito provvisto di cappuccio, e non necessariamente di uso esclusivo per la rituaria. Del resto trovo difficile che ogni singolo cittadino dedicasse 20 minuti ad indossare una toga per ritualizzare per poi toglierla ed indossarne un’altra per andare al foro. In caso un velo che arrivi almeno a toccare le spalle può "fare alla bisogna".

Per il luogo dove ritualizzare definito come Larario anche un banale ripiano possibilmente coperto. Teoricamente in ogni casa dovrebbe esserci un fuoco sempre acceso su cui ritualizzare (offrendo le primizie di tutti i pasti prima di mangiare), ma ognuno cerchi di adattarsi come può. Una candela o una lampada ad olio accesa prima di ogni offerta può andar bene come soluzione alternativa, ma necessariamente appena possibile risolvere la questione. 
Piatto su cui porre le offerte, e un piccolo braciere per i profumi, così come una coppa per le libagioni.
Le offerte non vanno mai toccate con le mani (motivo per il quale in antico si usava la “patera”). Sappiamo essere in uso come offerte ai Lari il sale, ma non ci è chiaro il modo in cui veniva offerto, esattamente come per il vino, ovvero se venissero bruciati o semplicemente posti sull’altare. Attendiamo di trovare qualche fonte illuminante, come sempre se voleste esserci d’aiuto vi saremmo grati.

Come si compie il rito.
A riguardo ne abbiamo sentite di cotte e di crude.
Per quanto riportano gli autori classici sappiamo che: si offre innanzi al larario, ci sono recentemente sorti dei dubbi se sarebbe il caso di offrire alle divinità maggiori secondo una direzione cardinale ma alla prova sperimentale non abbiamo riscontrato nessuna differenza. Il larario non è importante dove sia diretto, certo nel dubbio sconsigliamo il sud-ovest e l’ovest in genere perché nella divisione del cielo sono le zone nefaste, quindi per non rischiare eviteremmo. Per quanto le direzioni dei templi romani (diversamente da quelli greci) non suggeriscono nulla di particolare sulla direzione degli altari.

Il rito come detto prima non ha una struttura rigida, e gli esempi di riti pervenutici sono pochissimi.
Mettendo a confronto Catone ed altri esempi di riti, abbiamo appurato che c’è tutto fuorché una forma univoca ad eccezione di alcuni elementi.
Attenzione che il testo “la poesia religiosa romana” di Giovanni Battista Pighi edito Victrix contiene degli errori per quanto riguarda i riti di Catone, motivo per cui suggeriamo di comprare la fonte integrale di Catone "De Agri Cultura" edito Mondadori 2000.

Per esempio, nel mondo tradizionale è comunemente accettata l’idea di un’apertura a Giano, un rito, e una chiusura a tutti gli Dei. 
Nel rito per la purificazione dei campi preso da Catone suggerisce come prima cosa di libare a Giano e a Giove con del vino, e termina con un’offerta espiatoria (in caso di errore); mentre nel rito della porca precidanea nella c.d. apertura offre a Giano, Giove e Giunone;  per scassare la terra o schiarire un bosco invece, non vi è né apertura né chiusura, vi è direttamente l’invocazione ad “ogni dio, ogni dea che ha questa cosa sacra” esattamente come il rito per la lustrazione del popolo.
Alcuni autori suggeriscono di offrire a Giano all’inizio e chiudere offrendo a Giove e a tutti gli dei.
Insomma sembrerebbe che ancora una volta all’epoca per il culto privato ognuno facesse come preferiva, oppure che vi fosse una logica precisa ma per i pochi dati a nostra disposizione non siamo in grado di spiegarla. Alla prova sperimentale però non abbiamo riscontrato alcun danno o segno nefasto.

L’assenza di forti precisazioni per quanto riguarda l’eventuali preparazioni rituali indica che non ve ne fossero, anche qui entro i limiti del buon senso. Se mi sveglio e faccio l’amore con mia moglie, mi mangio un bombolone alla crema, certo non sono nelle migliori condizioni per ritualizzare.
Rimandiamo in ogni caso alla citazione postata recentemente:
<Seneca in un primo tempo visse quasi da asceta, attenendosi, sotto l’influsso della dottrina pitagorica, ad un regime vegetariano, da cui lo distolsero il padre ed il timore di poter essere confuso con gli Ebrei quando Tiberio prese a perseguitarne certe sette che si astenevano dalla carne>

citazione tratta dall’introduzione di Marco Scaffindi Abbate di “L’arte di essere felici” Seneca


Somma attenzione poi è necessaria per i segni, che possono riguardare un’offerta che magari cade fuori dalla patera, o dal braciere, e ad ognuno intuitivamente bisogna dare un significato. Purtroppo in questo non è possibile mettere bocca, soprattutto tramite internet ed anzi sarebbe come svilire il segno stesso.

Questo comunque per quanto riguarda il culto privato, quindi di Lari e Penati (i Mani vengono tendenzialmente tenuti a debita distanza nel mondo romano, e possibilmente scacciati), quindi in un ambiente relativamente sicuro in quanto essendo legati alla famiglia è difficile credere che questi possano portare danni al praticante essendo appunto “familiari”, pertanto come sempre non interrompiamo mai la ricerca e non siamo mai arrivati ad una conclusione definitiva e vi invitiamo ad aggiungere informazioni se ne avete.

 

Emanuele Viotti

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Commenti: 2
  • #1

    Merimaat (mercoledì, 10 febbraio 2016 09:57)

    Alcuni misteri ci sono giunti, quanto alle genealogie, sono da mantenere segrete fin quando non si riterrà necessario.

  • #2

    Emanuele Viotti (martedì, 22 marzo 2016 10:17)

    Gentile Merimaat (ha anche un nome vero?), ho dedicato sufficiente tempo ai personaggi dal manto misterioso misterico, e sono giunto alla conclusione dopo assidue ed impegnative pratiche ed iniziazioni che è tutto fumo e niente arrosto (basti guardare che tutte le realtà romane dalle grandi illuminazioni divine, utilizzino gli stessi riti pubblicati da Nova Roma).

    Oltretutto voi vi ostinate a tenere queste cose nascoste, ma come diceva Cicerone le cose che vanno fatte al buio e di nascosto sono soltanto quelle turpi e di cui vergognarsi.

    Lascio a lei, ed ai lettori, le considerazioni finali a riguardo.
    Noi seguiamo le parole degli Antenati, dei Maggiori, non di millantatori che non danno alcuna prova concreta alle proprie parole.

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