Rito Romano IV: struttura delle formule

Non si può definire "semplice" la rituaria romana, essa comprende numerose conoscenze teoriche e pratiche che si vedono necessarie per poter eseguire un rito.
Questo gran numero di norme sono fortunatamente fatte salve da un nutrito numero di fonti, diversamente da quello che avviene per altre realtà pagane.
In questa serie di articoli sul Rito Romano cercheremo di dare delle indicazioni precise e puntuali (dove possibile) su come compiere un rito, in modo tale da dare a tutti la possibilità di farlo.
L'ordine per argomento seguirà lo stesso del rito vero e proprio.


 Nel Rito Romano, nelle fonti arrivateci dove sono presenti chiari esempi di rito (Catone, De Agri Cultura e Ovidio, Fasti) troviamo che le formule sono strutturate alla stessa maniera.

Diversamente dall'Inno (comunque utilizzabile) queste formule rituali prevedono una richiesta netta e precisa di un qualcosa senza decantare la divinità.

Essa si costruisce sempre alla medesima maniera:

 

nome della divinità + eventuale appellativo + (adoratio) + dichiarazione dell'offerta + richiesta il più precisa possibile + offerta vera e propria


questa struttura si ripete sempre, e nel caso del De Agri Cultura queste formule sono addirittura ripetitive nelle parole e frasi usate.
per fare un esempio:
<Iane + pater + te hac strue ommovenda bonas preces precor + uti sies volens propitius mihi liberisque domo familiaeque meae + mactus hoc ferto>
[Catone, De Agri Cultura 134. 2]

I "+" sono per fare un confronto con lo schema precedente.
Ad eccezione del nome e dell'appellativo della divinità il resto risulta scambiabile nell'ordine, purché siano sempre presenti questi elementi.

Il nome della divinità deve sempre essere detto in latino, perché è il vero nome di quella divinità.

L'uso italiano del nome di una divinità può causare l'involontaria creazione di larve, che possono risultare di disturbo se non addirittura dannose. 

Quindi Giove sarà Iove (Iuppiter è una contrazione di Ius Pater), Marte Mars, Giunone Iuno, Venere Venus, Giano Ianus, etc. 


L'appellativo non deve essere necessariamente presente, esso è utile per specificare la funzione di questa divinità. Quindi il Giove che venne chiamato da Romolo per fermare la fuga dei romani durante la guerra contro i Sabini era Ipputer Stator, appunto che ferma. Il Marte vendicatore invocato da Ottaviano per uccidere i cesaricidi era Mars Ultor, vendicatore. Gli appellativi di Giunone nel giorno delle Kalendae erano Iuno Kalendaris o Iuno Covella. etc.

L'adoratio è già trattata in un precedente articolo.

Nella dichiarazione dell' offerta si deve essere molto precisi, e ricordare che non è tanto la quantità di ciò che si offre, quanto la qualità. Ricordiamoci che in antichità era difficile per il romano medio poter acquistare un maiale per offrirlo in espiazione a Marte per una già eseguita offerta non gradita dalla divinità. Allo stesso modo mettiamoci nell'ordine di idee che non sempre l'offerta di un grano d'incenso sia sufficiente, o equa.
Va ricordato altresì che in Italia la legge sulla tutela degli animali vieta il sacrificio cruento (cioè di animali), ragione per cui non si invita nessuno ad eseguirli.
Diversamente può essere offerto bene o male qualsiasi cosa, da materiale vegetale, a ex voto, sale, oggetti, profumi (sandalo, benzoino, incenso, etc.), vino, pane, etc.
L'offerta deve essere sempre equa in base alla richiesta, in base alle proprie possibilità (è tanto empio non offrire nulla potendo offrire tanto, quanto offrire più di quanto ci si possa permettere), e sempre con animo sincero e senza meschinità o desiderio di "comprare" il favore della divinità. L'offerta non è soltanto l'oggetto dato, è anche un sacrificio a cui ci si sottopone per quell'offerta (in termini magari non solo di denaro, ma di tempo dedicato alla scelta, di fatica a trovarla, etc).

La richiesta deve essere seguita in modo molto preciso, senza lasciare adito a dubbi o interpretazioni. Non si deve poter interpretare malamente. Nel caso di Catone egli risolve dicendo <ti prego di essere propizio a...>, ovviamente a seconda della richiesta è necessario mettercisi d'impegno onde evitare di essere fraintesi.
A tal proposito si rimanda al mito legato a Giove, il quale chiese in sacrificio "una testa" gli venne quindi offerta una testa d'aglio; allora ribatté con "una capo umano", e quindi gli venne offerta una ciocca di capelli; quindi ancora "no un qualcosa di vivo" allora gli vene offerto un pesce. 
Questo per sottolineare la precisione che è richiesta nella rituaria romana, onde evitare diverse interpretazioni.

l'offerta vera e propria, appunto momento in cui finalmente si compie l'atto vero e proprio di offrire secondo le modalità che vedremo in un prossimo articolo.

Quanto abbiamo visto fin'ora è valido per i riti dove lo scopo è avvicinare una certa divinità, ricordiamo poi che esistono anche riti per cacciarne, come nel rito dei Lemuria (Fasti, Ovidio), dove ovviamente la struttura cambia in quanto non sembra esserci un'offerta vera e propria nel senso di scambio come con una divinità. Ma anzi viene lasciata un'offerta senza dichiararla, gettandola alle spalle dicendo
<lascio queste e con esse redimo me ed i miei>,
invitando in fine i Mani ad andarsene dichiarando
<Mani dei miei padri, uscite!>
(prossimamente pubblicheremo il rito per intero dei Lemuria)

 

N.B.: se non sapete tradurre dal latino, si consiglia di aspettare che pubblichiamo la traduzione prima di usarla


Emanuele Viotti

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